Welfare: nuove organizzazioni per Nuove Politiche

Articolo di · 14 giugno 2017 ·

Vediamo oggi quali sono le nuove strade che il settore sanitario pubblico sta intraprendendo e le tante sfide che si trova ad affrontare. Ci troviamo di fronte uno scenario attuale che vede una sanità con terapie ed esami sempre più specialistici e che fanno ricorso a tecnologie avanzate, quindi una sanità sempre più costosa. Questo però ci pone di fronte ad un’altra importante necessità, che è quella di rendere questi servizi economicamente sostenibili.

Insieme al Professore Campedelli proveremo ad analizzare quelle che sono le soluzioni di sanità integrativa alternative alla visione, cosidetta, ospedalo-centrica che siano in grado di rispondere alle necessità dei cittadini in modo veloce ed efficiente riuscendo a razionalizzare meglio la spesa.

 

CONFINI IN MOVIMENTO: nuove organizzazioni per nuove politiche di welfare

Sempre più affollata e in movimento l’area che si colloca tra ospedale e territorio.
Non da oggi, certo. Rispetto al passato i fattori che impongono tali attenzione e impegno sono oramai incombenti. Evidenze, non più scenari futuribili.
Senza negare il ruolo dei cambiamenti culturali orientati ad un’idea di sanità più attenta alle persone e alle comunità in cui queste vivono, l’impulso determinante viene:

  • dalle trasformazioni della domanda;
  • dall’innovazione tecnologica;
  • dalle esigenze di sostenibilità economica.

La riuscita messa in sicurezza del SSN rispetto a rischi di suo default economico finanziario  può rappresentare una “vittoria di Pirro” se non si riesce, al contempo, a mettere in “sicurezza epidemiologica e assistenziale” il composito mondo  caratterizzato dai/dalle crescenti bisogni/domande provenienti dalle tante popolazioni  dei cosiddetti non acuti.

Situazioni accomunate dalla inappropriatezza della soluzione ospedalo-centrica classica, ma anche, insieme, dall’inadeguatezza della visione dicotomica, semplicistica e superata dalle trasformazioni in atto, per cui all’ospedale ci si va per le acuzie e nel territorio si gestiscono le cronicità.

Ospedale e territorio in parte non sono già questo, ma soprattutto  non lo saranno più. Quanto sta accadendo è un processo di ridefinizione dei confini tra questi due poli, con una transizione senza soluzione di continuità di crescenti funzioni dall’uno verso l’altro, e con una rilevante (in alcune Regioni) riorganizzazione del sistema complessivo di offerta e copertura.

Tutto ciò ha ripercussioni sul piano lessicale e giuridico, ovvero di riconoscimento economico (leggi: standard erogativi e corrispettivi economici) e dei ruoli professionali. Non a caso il vocabolario della sanità, del sociosanitario e del socioassistenziale è sempre più abitato da tante “cure” – con relativi risvolti riflessivi del “prendersi cura”:

  • quelle territoriali e primarie;
  • quelle intermedie;
  • quelle di lungo assistenza domiciliare;
  • quelle di lungo-degenza;
    quelle di degenza riabilitativa intensiva  e/o ad alta specializzazione; ovvero di riabilitazione estensiva, con o senza ricovero;
  • nonché le varie tipologie di riabilitazione per patologia, ecc.

Come dire: “cure” per contenere l’entrata o favorire l’uscita dal sistema o da sue parti, “cure” per l’entrata in altre parti del sistema, “cure” a valenza ricompositiva, di risorse materiali e immateriali, per trovare risposte vecchie e nuove in un sistema dai confini mobili.

Il tema della ricomposizione richiede una focalizzazione. Capita sempre più spesso di trovare questo concetto in situazioni relativamente diverse. Ciò che lo accomuna con integrazione è il mettere insieme ciò che è separato, frammentato, non connesso: siano queste risorse materiali e immateriali, professionali e comunitarie, finanziarie, ecc. E il medesimo fine è quello di ri- spondere, in tempi di bilanci vincolati, con soluzioni innovative, in modo personalizzato  ed emancipativo,  ai bisogni  già in precedenza accennati. Una domanda però sorge doverosa: che differenza c’è, se c’è, tra ricomposizione e integrazione?

A nostro parere la risposta non può che essere affermativa. Pur appartenendo ad un medesimo insieme semantico – quello dell’unire, unificare, accomunare, aggiungere nel senso di complementare –, mentre integrazione rinvia ad un risultato (atteso) in cui il mettere insieme implica un cambiamento, a più livelli (il mainstream indica: istituzionale, gestionale, professio- nale, comunitario), degli attori, delle funzionalità e quindi delle situazioni coinvolte; ricomposizione “si accontenta” di rimettere insieme i componenti, lasciando che ognuno continui ad essere quello che è, e per fare ciò, casomai, implica che qualcuno, capace di visione e con competenza, faciliti l’operatività della/nella diversità di attori/situazioni. Non cambia il fine, appunto, cambiano l’approccio e le aspettative. Più modeste forse quelle della ricomposizione, ma anche più tolleranti delle differenze e più pragmatiche negli obiettivi.

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