D’Angelo: la centralità delle mutue in Italia

Articolo di · 17 gennaio 2022 ·

La Mutua Cesare Pozzo da ben dieci anni a Napoli collabora con il gruppo di imprese sociali Gesco. Lo scorso 6 gennaio le due realtà hanno organizzato un evento a favore dei ragazzi delle periferie partenopee, a riprova di una rinnovata sinergia d’intenti.

Sergio D’Angelo è Presidente del Consorzio: è tra i massimi esperti di politiche sociali, terzo settore e finanza etica a livello nazionale. Già presidente di Legacoop Campania, membro del consiglio d’amministrazione di Banca Etica, a Napoli è stato Assessore Comunale al welfare dal 2011 al 2013 ed è attualmente Consigliere Comunale. Nell’intervista che segue affrontiamo insieme un’interessante confronto sulla cooperazione sociale al Sud Italia e sul ruolo della mutualità come soggetto complementare rispetto ai servizi di welfare sanitario e non solo garantiti dallo Stato.

 

CesarePozzo e Gesco hanno regalato un pomeriggio di allegria ai ragazzi delle periferie di Napoli. Giornata simbolo a riprova dell’impegno quotidiano del Consorzio sul territorio: in che modo avviene il passaggio dai buoni propositi alle azioni concrete?

C’è bisogno di una cultura operativa e organizzativa ben orientata verso i territori e la loro valorizzazione oltre ad una sensibilità capace di mettere al centro il tema dei minori e dei ragazzi: la Campania purtroppo è ormai epicentro della povertà e della dispersione scolastica ed anche fulcro della microcriminalità minorile. Abbiamo bisogno di considerare i giovani non il futuro del nostro paese ma il presente: quest’ultimi rappresentano sul territorio una vera e propria emergenza sociale ma anche una potenzialità in grado di far ripartire il Paese. Per scrivere la ripartenza del Sud Italia, inviterei tutti i decisori politici a dedicare la prima pagina dello sviluppo dei nostri territori agli adolescenti, così da rendere più credibile qualsiasi ipotesi di sviluppo e crescita.

L’altra questione riguarda l’essere umano: l’umanità ha, infatti, bisogno di massicce dosi di solidarietà perché senza di essa non si vive bene. Ora che la pandemia ha prodotto non solo un’emergenza sanitaria ma anche emergenze sociali ed economiche, occorre fare uno sforzo straordinario e consapevole al tempo stesso. Ma attenzione: il tema della solidarietà non deve essere declinato soltanto nel senso di cristiana misericordia ma anche nel senso della sua convenienza. E’ vero che la solidarietà costa ma è altrettanto vero che rinunciare ad essa costa ancora di più, sia da un punto di vista sociale che un punto di vista economico. Può sembrare un paradosso, ma ogni volta che lo Stato e le sue articolazioni disinvestono su welfare, scuola e sanità, il paese è chiamato a sostenere un costo sociale ed economico sempre più salato. Da questo punto di vista la solidarietà diventa conveniente: serve alle persone in difficoltà ma persino a coloro che, avendo legittimamente condiviso una condizione di maggiore benessere per se stessi, corrono il rischio di veder minacciata la loro condizione sociale ed economica proprio a causa di una crescente situazione di precarietà di una parte sempre più consistenze di abitanti dello stesso territorio. Tenendo presente questi elementi, Gesco è dunque votata alla solidarietà: nella giornata dell’Epifania insieme a CesarePozzo abbiamo proseguito su un impegno che è assolutamente quotidiano.

Nel suo libro, “Aspettando il 112”,  parla dell’evoluzione del ruolo della cooperazione in Italia. L’attuale situazione socio-politica, in particolare a Napoli, è un’opportunità per responsabilizzare i cittadini ad agire su temi di interesse sociale e collettivo oppure rappresenta un vuoto che occorre necessariamente colmare scorciandosi le maniche?

L’una e l’altra cosa. La cooperazione sociale e il terzo settore non sono deputati a svolgere una funzione supplente, casomai una funzione integrativa rispetto allo Stato. Tuttavia è evidente che in alcune aree del Paese ci può essere la necessità di dover colmare anche dei vuoti di iniziativa pubblica. Non fa scandalo, per quel che mi riguarda ma di sicuro anche agli occhi di chi guarda i problemi del Sud Italia, dover svolgere anche una funzione supplente. Lo Stato siamo noi, del resto, non è un affermazione retorica: un conto sono le istituzioni e un conto è sentirsi Stato. Essere Stato è farsi comunità e non c’è nessuna possibilità che la comunità si determini spontaneamente: deve essere accompagnata con principi e valori; da questo punto di vista il terzo settore e la cooperazione sociale operano molto bene giacché improntano il loro agire sociale ed economico esattamente verso la solidarietà. Questo può definirsi un modo serio di farsi Stato, per allargare lo spazio pubblico. Non per privatizzarlo ma per allargarlo. L’iniziativa pubblica, del resto, può vivere anche attraverso l’iniziativa privata; e’ il caso della cooperazione sociale, disciplinata dalla legge n 381 del 1991 che all’art.1 precisa la vocazione a perseguire l’interesse generale della collettività. In questo senso, quindi, siamo Stato: siamo anche noi una risposta per garantire lo spazio pubblico.

In quest’ottica, la riforma del terzo settore va in una giusta direzione oppure appare ancora migliorabile?

C’è sempre tempo e spazio per migliorare l’iniziativa legislativa, tuttavia io valuto positivamente la riforma del terzo settore. Ora bisogna approfondire i profili di concretezza di questa riforma: si è bravi a produrre quadri normativi ispirati a valori, principi, e a buone intenzioni ma poi si è altrettanto bravi a non riuscire ad applicare concretamente le nostre leggi. Questo discorso vale a partire dalla Costituzione italiana che sappiamo essere non applicata pienamente in tutti i suoi principi: a volte si dubita anche legittimamente del fatto che la nostra Repubblica sia fondata sul lavoro.

CesarePozzo e Gesco collaborano ormai dal 2013: molte cooperative afferenti al Consorzio hanno toccato con mano i piani sanitari gestiti dalla Mutua. Come valuta questo percorso condiviso dopo ormai quasi dieci anni di attività?

E’ un’esperienza assolutamente positiva consolidatasi in questi dieci anni di collaborazione. Le nostre sono esperienze complementari, non sovrapponibili ma assolutamente contigue: occupiamo lo stesso spazio e siamo ispirati da uguali principi e sistemi valoriali. E’ tuttavia evidente che siamo portatori di culture operative e organizzative diverse: la cooperazione, anche quella sociale, è più orientata a favorire la partecipazione attraverso occasioni solide di lavoro oltre che attraverso la produzione di servizi e beni di qualità che guardano principalmente al benessere della comunità; una Mutua come la CesarePozzo, pur essendo ispirata agli stessi principi che ci hanno tenuti vicini in questo decennio di collaborazione, è portatrice di una cultura operativa diversa fondata sulla mutualità, sulla reciprocità e sullo scambio.

Le mutue in Italia hanno una storia centenaria: attualmente la proposta no profit in ambito sanitario appare una valida strada per il raggiungimento della universalità delle cure. Crede che sia una buona direzione oppure si rischia di perdere contatto con il SSN?

Non vedo alcuna ambiguità nella scelta delle mutue, tanto più nella scelta della Mutua Cesare Pozzo. Anche dinanzi al migliore sistema di sanità pubblica – e quello italiano è indicato fra i migliori, anche se la pandemia ha messo in evidenza lacune e differenze territoriali molto gravi e una altrettanto seria inefficienza del SSN – credo che non si vada a vanificare il ruolo essenziale di una mutua che deve poter assicurare una funzione complementare rispetto al Servizio Sanitario Nazionale. La mutua deve quindi intervenire in quegli ambiti che il SSN ha mostrato di non essere in grado di saper gestire al meglio.

Al tempo stesso la mutua è anche uno strumento di divulgazione della cultura della solidarietà del quale non si può fare oggettivamente a meno. Nel profilo dell’iniziativa complessiva della CesarePozzo non c’è, dunque, nessuna ambiguità e nessuna tentazione di competere con settori del SSN che tutti noi insieme vogliamo semplicemente più efficiente di quanto non lo sia oggi. Sono certo del fatto che ci ritroveremo fianco a fianco per richiedere alle istituzioni nazionali e regionali di potenziare il proprio investimento sulle politiche sanitarie pubbliche.

La cooperazione sociale ha ormai da diversi anni dei piani di integrazione sanitaria previsti per Legge: un primo passo importante per tutelare il lavoro dei cooperanti. Quali sono i prossimi passaggi per valorizzare ancora di più questo metodo di fare impresa sociale?

E’ un invito che mi sentirei di rivolgere, prima ancora che alle istituzioni, ai cooperatori sociali. Lo spazio inedito e originale più importante della cooperazione deve riguardare l’interazione sociale e lavorativa: questo deve essere il terreno d’iniziativa privilegiato della cooperazione sociale. Avverto tuttavia un divario sempre più profondo fra Nord e Sud che è stato generato dalla modifica del Titolo V della Costituzione il quale, piuttosto che garantire uguale trattamento e diritti ai cittadini indipendentemente da religione, professione politica e condizione sociale, ha generato trattamenti sociali differenti fra di loro. L’ostinata rinuncia ad investire sui livelli essenziali ha contribuito a generare profonde differenze. E’ una condizione inaccettabile che credo debba essere contrastata: non si può permettere che un anziano, un bambino, una donna, un disabile debbano vivere una condizione di difficoltà addizionale solo per aver avuto la sventura di essere nati e vivere nel Sud Italia.

Nell’immaginario collettivo la cooperazione ha sempre avuto un maggiore sviluppo al Nord del Paese. In realtà esperienze come la sua ci insegnano che al Sud Italia esiste un grande fermento. Che lettura offre di questo fenomeno?

Lo dico senza sminuire l’importanza,  il ruolo e il valore della cooperazione al Centro e Nord Italia, esperienze apripista a cui molti di noi hanno guardato: credo che nel Sud Italia, per la condizione generale di maggiore difficoltà, si sia sviluppata e radicata nel tempo una cooperazione sociale più resistente e capace di colmare maggiormente i vuoti lasciati dall’iniziativa delle istituzioni. Da questo punto di vista la cooperazione sociale nel Meridione, ancorché più debole se misurata dall’esclusivo punto di vista dei fatturati e degli occupati, sia la cooperazione sociale più caparbia, innovativa e per certi versi più eversiva che il Paese abbia prodotto.

(Intervista a cura di Alessio Arpaia)


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