Rifiuti plastici: qual è la situazione per il Mediterraneo?

Articolo di · 8 luglio 2021 ·

570 mila tonnellate di plastica entrano ogni anno nella acque del Mediterraneo, l’equivalente di 33.800 bottigliette di plastica al minuto. Tra i paesi con più rifiuti plastici compare l’Egitto con 250.000 tonnellate, seguito da Turchia (110.000) e Italia (40.000).

 

Pur avendo solo una superficie di circa l’1% di tutti gli oceani, il mare Mediterraneo ospita oltre 12.000 specie marine, tra il 4 ed 12% della biodiversità mondiale e per questo è considerato uno degli scrigni più preziosi della vita marina del pianeta.

Il suo nome deriva dalla parola latina “mediterraneus” che significa “in mezzo alle terre”, mentre gli antichi Romani lo chiamavano “Mare Nostrum“ (“Il nostro mare”) poiché, attraverso le conquiste territoriali, fecero loro le terre che lo circondano. Di fatto un mare chiuso, l’unico “collegamento” naturale che ha il Mare Mediterraneo è con l’Oceano Atlantico attraverso lo stretto di Gibilterra al quale si aggiunge dal 1869 quello con il Mar Rosso attraverso il canale artificiale di Suez. Estendendosi per circa 3.500 chilometri, il mare Mediterraneo ha una profondità media di circa 1.500 metri e la temperatura dell’acqua non scende quasi mai sotto i 12 °C, condizione per la quale è stato definito mare “caldo”.

Una giornata dedicata a lui, quella internazionale del mar Mediterraneo, è stata voluta per celebrare questa preziosa risorsa e per aumentare la consapevolezza sullo suo stato di salute e sui pericoli che lo minacciano.  

Particolare attenzione quest’anno viene riposta sul cambiamento climatico che lo sta tropicalizzando evidenziando la presenza di centinaia di specie aliene e di ecosistemi distrutti.

Come sostiene il nuovo rapporto del WwfL’effetto del cambiamento climatico nel Mar Mediterraneo”, con l’aumento delle temperature del 20% più veloce della media globale e con l’innalzamento del livello delle acque che dovrebbe superare il metro entro il 2100, il Mediterraneo sta diventando il mare con il riscaldamento più rapido e più salato del pianeta e, sempre secondo le ultime ricerche presentate, centinaia di specie esotiche si sarebbero già adattate a viverci: i molluschi autoctoni sono diminuiti di quasi il 90% nelle acque israeliane,  specie invasive come il pesce coniglio che costituiscono l’80% delle catture di pesce in Turchia e specie meridionali come barracuda e cernie brune sono diventate osservazioni comuni nelle acque settentrionali della Liguria.

Le temperature più calde e le tempeste stanno trasformando anche i fondali delle acque profonde: praterie endemiche di Posidonia, gorgonie e Pinna nobilis sono diminuite fino ad estinguersi completamente in alcune aree e la perdita di queste specie avrebbe un impatto drammatico sull’intero ecosistema marino poiché forniscono habitat vitali per molte specie oltre a produrre benefici nella lotta al cambiamento climatico come serbatoi naturali di carbonio.

A causa dell’accelerazione dell’aumento delle temperature e dell’ingresso di numerose specie aliene, il Mare Nostrum rischia di cambiare volto in tempi rapidissimi con inevitabili conseguenze per le comunità. Per tanto, la protezione delle aree marine, almeno il 30% entro il 2030, è l’arma a disposizione per tutelare questo mare, così come previsto anche dalla nuova Strategia sulla Biodiversità Ue.

Tra le maggiori minacce risultano plastica e riscaldamento globale.

Secondo un recente rapporto del WWF, ogni anno 570 mila tonnellate di plastica entrano nella acque del Mediterraneo. In pratica, come afferma l’organizzazione, è come se ogni minuto fossero calate in acqua 33.800 bottigliette di plastica! Risulta evidente che senza azioni specifiche, da qui al 2050 queste cifre non possono che aumentare in vista anche dell’aumento della produzione di rifiuti plastici che si prevede possano, addirittura, qadruplicare.

La sfida per i Paesi dell’area è, da una parte limitare la produzione, dall’altra rendere più efficaci ed efficienti i sistemi di smistamento e riciclo dei rifiuti plastici che, soprattutto in alcuni paesi come l’Egitto raggiunge le 250.000 tonnellate di rifiuti plastici prodotti, seguito da Turchia (110.000) e Italia (40.000).

Un altro aspetto su cui il WWF richiama l’attenzione sono i cosiddetti “hotspot”, ovvero quelle aree in cui si concentra una maggiore quantità di detriti di plastica. Questi “punti caldi” coprono tutte le fasce costiere del Mare Nostrum, dalla costa spagnola a quella turca passando per l’Italia, precisamente nell’area intorno al Delta del Po.

Secondo la FAO, invece, l’area marina che tiene insieme il Mediterraneo e il Mar Nero è quella soggetta a maggiore sfruttamento ittico in relazione alla sostenibilità che mette a rischio la sopravvivenza di decine di specie acquatiche. Ai Paesi che pescano nel Mediterraneo viene quindi chiesto uno sforzo supplementare di attenzione su questo aspetto, in particolare a quelli maggiormente responsabili dello sfruttamento dell’ecosistema, come la Turchia e l’Italia.

Il nostro Paese viene incolpato anche per un’altra mancanza: non rispettare in modo analitico gli obblighi previsti dalla Convenzione di Barcellona, istituita nel 1976, e che consistono nell’attuazione di azioni precauzionali per prevenire, combattere ed eliminare l’inquinamento dell’area del Mar Mediterraneo e per proteggere e valorizzare l’ambiente marino dell’area. La Convenzione, inoltre, invita le Parti a lavorare in maniera congiunta e promuove attività per lo sviluppo sostenibile delle comunità del Mediterraneo.

Parola d’ordine quindi: salvaguardare il nostro mare!


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