L’impatto del Covid-19 sul Terzo Settore

Articolo di · 13 aprile 2021 ·

Gli effetti della pandemia in corso sul no profit lombardo: a subirne maggiormente è la parte più fragile della popolazione. 

 

Parlare di Covid-19 non significa più riferirsi esclusivamente ad un’emergenza di tipo sanitario ma anche riflettere sulle effettive ripercussioni di tipo sociale, relazionale ed economico.

Tra i comparti che hanno registrato un’importante crisi economica con successive riorganizzazioni e ripensamenti, rientra il Terzo Settore e, un quadro efficace sulla situazione del territorio lombardo, lo fornisce un rapporto presentato da Fondazione Cariplo in collaborazione con l’Istat.

“L’impatto del Covid-19 sugli enti di terzo settore. Prime stime sui dati delle candidature al Bando LETS GO!” è il nome del rapporto dal quale emerge di fatto una situazione di crisi, ma anche differenti tipologie di risposta messe in campo dalle varie realtà coinvolte oltre ad un’importante riflessione su come sostenere servizi ritenute fondamentali per il benessere della persona perchè si rivolgono alle persone più fragili della popolazione, come anziani, disabili e bambini o perché operano nel campo della cultura e dell’ambiente, ritenuti importanti per la salute emotiva e fisica dei cittadini.

Nel giugno 2020 Fondazione Cariplo insieme a Fondazione Vismara e al Sistema delle Fondazioni di Comunità ha presentato un bando contenente una doppia finalità: aiutare economicamente 393 organizzazioni in difficoltà a causa della pandemia, stanziando 15,5 milioni di euro in loro supporto e ottenere informazioni utili per comprendere lo stato di salute del Terzo Settore in Lombardia e nelle province piemontesi di Novara e del Verbano-Chiuso-Ossola. Territori che risultano comunque rappresentativi del quadro presente nel resto dell’Italia.

Le 393 organizzazioni sostenute sono, per oltre il 60%, attive nel settore dei servizi alla persona, come quelli per l’infanzia o legati alla gestione delle strutture comunitarie e residenziali per persone anziane o con disabilità; il 30% opera nel settore culturale svolgendo soprattutto attività formative ed educative, di produzione di spettacoli artistici, di gestione di sale cinematografiche per lo più collocate in aree decentrate e periferiche; infine, il 20% delle organizzazioni opera nell’ambito ambientale e nel sostentamento di attività formative ed educative rivolte ai ragazzi e alla cittadinanza, e anche iniziative di cura e di sensibilizzazione per proteggere gli habitat a rischio.

3,3 miliardi di euro sono le perdite registrate nel 2020 da una parte importante del Terzo Settore della regione lombarda, realtà che non riescono a garantire la continuità dei loro servizi, consapevoli che le conseguenze più importanti di questa crisi sono avvertire soprattutto dalle fasce più fragili dei cittadini.

Il rapporto spiega che i dati raccolti possono essere considerati rappresentativi del comparto “più professionalizzato” del Terzo Settore, cioè 33.000 enti che rappresentano il 38% di quelli rilevati dall’Istat in Lombardia e Piemonte nel 2018 e che impiegano oltre il 76% dei lavoratori dipendenti del settore, pari a circa 200.000 persone.

Nel trimestre marzo-maggio 2020 gli Enti del Terzo Settore hanno registrato un forte peggioramento del saldo tra ricavi e costi rispetto all’anno precedente, dato sceso ulteriormente rispetto al 2019, con un peggioramento pari al 63% della situazione di partenza. Utile riflessione occorre farla anche sui dati relativi al periodo 2017-2019, che registravano invece aumenti dei proventi annui che passavano da una media di 348 mila euro a 382 mila euro e il ragionamento al quale conduce il rapporto riguarda la constatazione che se il trend del triennio fosse proseguito anche nel 2020, gli enti del Terzo Settore avrebbero aumentato i propri incassi fino ai 400 mila euro medi. Invece, causa pandemia, i proventi medi sono crollati a 301 mila euro con un peggioramento stimato di circa 98 mila euro rispetto alle attese pre-crisi e di oltre 80 mila euro rispetto ai risultati del 2019. In valore assoluto, per l’intero settore, la perdita è di circa 1 miliardo di euro, pari all’8,2% del patrimonio netto complessivamente accumulato dagli Enti del Terzo Settore considerati a fine 2019.

La crisi in corso ha portato ad una doppia reazione da parte delle realtà coinvolte. Come si legge dal rapporto, il 42% degli Enti del Terzo Settore ha modificato (o completamente re-inventato) la propria attività per evitarne la sospensione durante il lock-down. Le reazioni messe in campo sono state di tipo “attivo”, ossia nuovi investimenti, riconversione della produzione, rimodulazione dei servizi, accelerazione della trasformazione digitale e gli enti che hanno fatto ricorso a questa modalità sono quasi 30.500 (92%). Altre realtà hanno invece reagito con una modalità più tradizionale, circa 7.800 ossia il 24%, consapevoli che le strategie di tipo attivo comportano anche una profonda riorganizzazione aziendale. Tra le risposte di tipo tradizionale rientrano l’accesso alla cassa integrazione o a donazioni.

I dati raccolti a fine giugno indicano infatti che circa un quarto dei posti di lavoro era a rischio, in particolare per gli enti le cui attività risultavano sospese a causa delle limitazioni imposte, partendo dal dato che sono circa 200 mila i lavoratori dipendenti occupati negli Enti del Terzo Settore analizzati.

L’interruzione o la riduzione delle attività degli Enti del Terzo Settore, inoltre, sta avendo ripercussioni anche sugli utenti dei servizi. La ricerca evidenzia come sia quasi impossibile calcolare quanti servizi siano tuttora a rischio di interruzione e quanti utenti sono stati o saranno danneggiati da queste interruzioni.

La gravità della situazione è legata alla consapevolezza che gli Enti del Terzo Settore svolgono attività cruciali e necessarie per il benessere delle persone e del territorio e un loro indebolimento provocherebbe la scomparsa di quel tessuto sociale che, di fatto, garantisce ai cittadini un sostegno fondamentale per la qualità della loro vita.


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