La violenza di genere al tempo del coronavirus

Articolo di · 24 novembre 2020 ·

In aumento i casi di maltrattamento femminile registrati nelle famiglie in epoca Covid-19

 

Le famiglie, tanto accoglienti e protettive in alcuni casi, così prive di sicurezza e rispetto in altri. E proprio in questo periodo di  emergenza sanitaria legata all’epidemia di Covid-19, il contesto familiare si è confermato tra i protagonisti principali.

Come si sa, per limitare i contagi, le disposizioni ministeriali hanno richiesto alle persone di rimanere a casa, anche per lunghi periodi, limitando fortemente le relazioni al di là delle mura domestiche. Gli effetti collaterali delle misure adottate però non hanno tardato a manifestarsi. Tra questi, l’aver esposto le donne a rischi enormi, provocati dall’aggravarsi delle tensioni familiari sfociate anche in maltrattamenti e violenze.

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con l’obiettivo di invitare i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema e, nell’edizione 2020, non si poteva non portare in evidenza quanto sta accadendo come reazione all’emergenza Covid-19.

Secondo un rapporto presentato dall’Istat con al centro i  casi di violenza femminili registrati nel primo lockdown, ad accrescere i maltrattamenti sono stati l’isolamento sociale, la crescita della crisi economica e finanziaria e le tensioni intra-familiari, nonché la maggiore difficoltà nell’accesso ai servizi di prevenzione e protezione come il mettersi in contatto con le Forze dell’Ordine, con i centri Anti-Violenza, con il proprio Avvocato o con chi possa concretamente dare un aiuto, generando così un aumento degli eventi violenti all’interno delle mura domestiche, già di per sé, allarmanti.

Strumento quindi molto utilizzato in questo periodo, anche in risposta alle difficoltà nel lasciare la propria abitazione, è stato il ricorso ai numeri anti violenza e stalking come l’1522, messo a disposizione dal Dipartimento Per le Pari Opportunità DPO – PdCM che, sia attraverso il telefono e sia via chat, risponde alla richieste di aiuto, supporto e consulenza alle persone che vivono personalmente o indirettamente una situazione di disagio dovuto a violenza e stalking.

Le informazioni raccolte da questo numero hanno avuto un ruolo fondamentale nel tracciare l’andamento del fenomeno della violenza domestica durante la pandemia, soprattutto se messo a confronto con lo stesso periodo degli anni precedenti.

Ciò che si evince è che l’helpline sta rappresentando uno strumento di grande sostegno alle vittime di violenza registrando, nel corso della pandemia, un andamento esponenziale, fatta eccezione per la diminuzione delle chiamate nel fine settimana, in coincidenza con momenti di maggiore “convivialità” della famiglia, come la Pasqua, la Festa del 25 aprile e del 1° maggio. Si è dedotto quindi che la convivenza forzata ha dei momenti nei quali c’è meno facilità a chiamare e che si tratta di persone soggette a controllo.

Le vittime, nel periodo del lockdown, hanno subito sia violenza fisica e sia psicologica ma il dato più preoccupante è riportato da quella fisica che registra un aumento passando dal 44,9 per cento al 51,3 per cento.

Dalle testimonianza delle vittime si evince che prima di rivolgersi al numero verde la violenza fisica si ripete, per il 15,1 per cento dei casi, da mesi e per il 79 per cento da anni, così come quella psicologica che, per il 22 per cento dei casi dura da mesi e per il 73,2 per cento da anni.

Per quanto riguarda invece il luogo nel quale si compie la violenza, nel 93,1 per cento dei casi avviene tra le mura domestiche seguito dai luoghi di lavoro, locali pubblici, casa altrui, dalla strada e dall’automobile.

Tracciando un identikit della persona vittima di violenza, dal rapporto Istat si evince che nella maggior parte dei casi di violenze domestiche (96,4 per cento) si tratta di donne di tutte le età appartenenti soprattutto alle classi centrali e con un titolo di studio medio-alto e, anche in tempo di lockdown, sembra confermarsi la caratteristica della trasversalità: la violenza interessa diverse età e background socio-economici e colpisce vittime che appartengono ad una platea eterogenea composta da persone con alto, medio e basso status sociale. Dato differente viene però registrato nel percorso di uscita dalla violenza che risulta più difficile per le vittime con titoli di studio medio-bassi e senza occupazione, in quanto più deboli nella ridefinizione di una propria autonomia personale e professionale e in generale meno capaci di avviare tale percorso.

Tra le donne coniugate  e quelle single, sono le prime a subire più violenza con un 44% dei casi contro  il 39% dei casi registrati nelle donne single. Se si effettua un confronto nello stesso periodo dell’anno precedente, le persone coniugate sono aumentate del +0,4% mentre i celibi e le nubili sono diminuiti. Chi esercita la violenza è invece l’uomo nel 92,4 per cento dei casi.

Altro aspetto negativo emerso, mettendo a confronto il periodo 1°marzo – 31 maggio del 2019 e del 2020 si osserva un calo della quota di vittime che sporgono denuncia passando dal 16,6 per cento al 12,9 per cento. Alla base della non denuncia risiedono diverse motivazioni tra cui, la sfera delle pressioni (esplicite o implicite) da parte del contesto familiare: i motivi della mancata denuncia, infatti, sono legati alle conseguenze negative che si possono generare nel contesto familiare (che passano dal 19,5 per cento del 2019 al 27,4 per cento del 2020), alla paura generica (14,8 per cento) e al timore della reazione del violento (13,7 per cento).
A tutto questo si somma anche l’impossibilità concreta di un’alternativa di vita: sono molte le persone che dichiarano di non avere un posto dove andare (6,9 per cento, con + 4,7 punti percentuali rispetto al 2019). Il 2,9 per cento (129) delle vittime ha ritirato la denuncia e 1 su 2 è tornata dal maltrattante.

Un’analisi approfondita è stata condotta sui vari percorsi di vita inducendo ad affermare che dietro l’esercizio di un atto violento esiste già un passato di violenza subita o assistita in famiglia: l’esperienza di violenza infantile, specialmente se ripetuta, è un fattore che spiega sia il comportamento violento adulto sia la tendenza da parte della vittima ad accettare la violenza. E, come se non bastasse, le donne che hanno subito violenza fisica da bambine hanno anche una minore probabilità di troncare relazioni con partner violenti.

Per quanto riguarda la percentuale di donne uccise sul totale delle vittime, negli ultimi dieci anni è stata pari a circa un terzo delle vittime, e nel mese di marzo 2020, in pieno lockdown, ha raggiunto il 57,1% degli omicidi. Sempre nella fase di emergenza sanitaria, le donne sono state uccise maggiormente al Nord, mentre gli uomini che esercitano violenza sono più equamente distribuiti sul territorio.


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