La prima sede di CesarePozzo a Porta Nuova

Articolo di · 15 aprile 2021 ·

Porta Nuova, l’Isola, l’ex Lazzaretto a fine Ottocento: prima dei grattacieli e del bosco verticale, quartieri operai fra rotaie e corsi d’acqua

Milano, via Vespucci al 7, all’ombra dei grattacieli di lusso e degli investimenti dei fondi sovrani del Qatar, a due passi dalle torri delle banche e dai boschi in verticale degli archistar.

Nello stabile, tutt’ora in piedi, si trovava la prima sede della Mutua sanitaria Cesare Pozzo, alla fondazione del 1877 denominata Società di mutuo soccorso fra macchinisti e fuochisti delle Ferrovie Alta Italia e, poco dopo, diventata Società di mutuo soccorso fra macchinisti e fuochisti delle ferrovie italiane, in spirito di unione del personale di macchina di tutte le compagnie ferroviarie allora esistenti.

In quei locali la Mutua rimane fino al 1898, quando sarà costruita, con capitali propri, della Lega ferrovieri italiana – il primo sindacato dei ferrovieri – e di sottoscrittori privati, la Casa dei ferrovieri, cioè l’attuale sede di via San Gregorio.

Milano Porta Nuova 1884

L’area di Milano intorno a via Vespucci e Porta Nuova nel 1884, il quartiere dell’ex Lazzaretto dove abita Cesare Pozzo dal 1886 al 1889 è in via di costruzione

In realtà, nei suoi primissimi anni, la Società di mutuo soccorso, per brevità anche chiamata la “Macchinisti e fuochisti”,  non ha una sua sede. Tutto con ogni probabilità nasce in via Zebedia al civico 1, a ridosso del Duomo, dove, nel 1877, si trova il Consolato delle società operaie, la cui finalità è quella di affratellare le società di mutuo soccorso.

“Il bubbone slabbrato del Bottonuto”

Il Consolato operaio, con la schiera di società ospitate, inclusa probabilmente la Macchinisti e Fuochisti, nel giro di un paio d’anni si sposta a un indirizzo, via Pesce, che non c’è più, in un quartiere, il Bottonuto, che non c’è più, tra il Duomo e via Larga.

Ci muoviamo in un città che un buon conoscitore della Milano di oggi, sprovvisto di informazioni storiche, faticherebbe molto a riconoscere. Una Milano in cui le fratture di classe, disegnate dalla geografia urbana, hanno confini fisici meno netti e, soprattutto, molto più ravvicinati di quelle odierne.

Già, perché dal popolare quartiere del Bottonuto, anzi “il bubbone slabbrato del Bottonuto” nella definizione della penna puntuta, fustigatrice e un po’ moralista di Paolo Valera (Milano sconosciuta), a via Monte Napoleone, “la via fiancheggiata dalle vie piene dei palazzi dei signori di nascita”, non è che ci sia così tanta distanza. I signori di nascita poi, abitano proprio appiccicati al “letamaio della prostituzione”, “la via San Pietro all’Orto, l’arteria più ingorgata di carne vendereccia della capitale lombarda”.

Per entrare al Bottonuto, scrive Valera, “bisogna turarsi il naso. È un’ambiente di case malfamate. Vi si vende tutto. È una fogna, una pozzanghera. In certi momenti il vicolo delle Quaglie è un pisciatoio fino in fondo. Vi si sguazza come intorno a un orinatoio. Se ne odora la peste. Sovente c’è una ressa di soldati che lascia supporre che ci siano nascoste moltitudini di vergini. Il chiasso che discende dalla casa a destra dà l’idea che gli uomini e le donne siano calcati in amplessi”.

Il Consolato delle società operaie

Ma il Bottonuto, abbattuto negli anni ’30 per far posto ad eleganti edifici razionalisti, non è solo questo. “L’industre e civile Milano”, come la definisce Cesare Pozzo, assieme alla nascente industria e ai suoi lavoratori, custodisce nel ventre germi di emancipazione operaia.

Carlo Romussi e Antonio Maffi. presidenti onorari di CesarePozzo

Carlo Romussi e Antonio Maffi, presidenti onorari della Società di mutuo soccorso fra macchinsiti e fuochisti

E così, al Bottonuto, precisamente in via Pesce 37 (oggi via Paolo da Cannobio), c’è anche il Consolato delle società operaie, poi ulteriormente trasferitosi in via Crocefisso – nel 1891 trasformatosi in Camera del Lavoro – e divenendo luogo di importanti congressi fondativi: quello della Federazione nazionale delle cooperative (1886) – poi Lega nazionale delle cooperative – e quello della Confederazione generale del lavoro (1906). Altre storie, anche se molto attigue e, spesso, animate dai medesimi personaggi.

Il Consolato operaio ospita la Società edificatrice di abitazioni operaie (una delle prime cooperative di abitazione, proprietaria dell’immobile), la Società di mutuo soccorso Archimede fra i lavoranti, fabbri, meccanici, fonditori e affini, la Società di canto corale Vincenzo Bellini, la Direzione delle scuole per gli operai adulti, il Circolo operaio, la Società di mutuo soccorso Abramo Lincoln, e un’altra mezza dozzina di società e istituzioni operaie, sulle quali veglia quel Carlo Romussi, avvocato e giornalista di tendenze radicali-democratiche, che è l’animatore instancabile dell’associazionismo operaio e del movimento mutualistico e cooperativo meneghino. Oltre che estensore del Manifesto fondativo della Mutua, suo presidente onorario e difensore degli interessi dei ferrovieri sulle pagine de Il Secolo, il primo quotidiano italiano.

Carlo Romussi, l’amico istruito

Il Romussi è il più tipico esempio di quegli amici istruiti che esercitano una fortissima influenza sui lavoratori e danno grande impulso alle loro organizzazionisocietà di mutuo soccorso e nascenti sindacati. Finché, negli ultimi due decenni dell’800, nuovi dirigenti organici, alla Pozzo, abbracciati gli ideali socialisti, si convincono che l’emancipazione possa cominciare solo il giorno in cui i lavoratori, “conosciuti chiaramente i propri interessi, avrebbero saputo esprimere col proprio linguaggio le proprie idee” (“l’emancipazione operaia non può che essere opera dei lavoratori stessi” scrivono quelli del Partito operaio nel 1886) e, pur rimanendo in buoni rapporti, mettono gli “amici istruiti” un po’ nell’angolo.

Assieme al Romussi, altro presidente onorario della Mutua sarà Antonio Maffi, tipografo, primo deputato operaio del Regno, poi segretario generale della Lega delle cooperative e fra i fondatori del Partito Socialista, per la verità un po’ controvoglia, perché più a suo agio sul lato repubblicano-radicale dello spettro politico.

Milano Porta Nuova, tra stazioni ferroviarie e corsi d’acqua

Quando la Mutua si trasferisce nella sua prima vera sede di via Vespucci 7 (nel 1884 la Mutua si trova  sicuramente in quei locali), entrambi, Maffi e Romussi, le sono molto vicini – il primo porta le istanze dei ferrovieri in Parlamento, il secondo ne ha promosso la nascita ed è presidente onorario.

vecchia Stazione Centrale di Milano, vicino a Porta Nuova

La vecchia Stazione Centrale di Milano in cartolina

L’indirizzo è scelto strategicamente per comodità di accesso e vicinanza al luogo del lavoro: tra l’attuale stazione Garibaldi, all’epoca lo scalo merci, e la vecchia Stazione Centrale, nell’attuale Piazza della Repubblica, collegate da binari che proseguono sul viadotto sopra i prati dell’ex Lazzaretto e attraversano corso Loreto – corso Buenos Aires, senza shopping però.

La via Vespucci, oggi dominata dai grattacieli extra-lusso, è incastonata fra rotaie e acqua, il naviglio della Martesana, il canale Redefossi e il fiume Seveso – ormai tutti coperti. Vi si affacciano negozi di “biscotti inglesi”, “vini di lusso e liquori”, “cementi, gessi e mattoni”, frutta secca, osterie con alloggio. Ma anche carrozze, cavalli di lusso, paglia e maniscalco.

Milano di quegli anni, in effetti, è una città che, secondo gli standard contemporanei, puzza. Di marcio – il dibattitto sulla chiusura dei navigli per motivi igienici inizia allora – e di stallatico. Ci sono i treni, la luce elettrica – la prima centrale d’Europa è del 1883 e sta in via Santa Redegonda –, ma i tram sono ancora, per poco, trainati da cavalli e si gira con le carrozze – quelle per servizio pubblico si chiamano brougham.

La “rivoluzione della micca”, i giorni dell’elezione di Cesare Pozzo

D’altronde i campi sono dietro l’angolo. Il Comune dei Corpi Santi, oltre la circonvallazione delle mura spagnole, benché già da anni di fatto territorio cittadino, è stato inglobato a Milano solo nel 1873. Paradossalmente rimane il dazio e i caselli che dividono fiscalmente in due il centro città dai sobborghi. Sui generi alimentari di consumo individuale si è andati via via chiudendo un occhio, anche perché centinaia di operai passano i caselli ogni giorno portandosi per il pranzo due micche e qualche ritaglio di salume. Stando alla lettera di una vecchia norma, solo una micca è esente da dazio. Così  un sindaco, Gaetano Negri, convinto che la “filtrazione dei generi alimentari” avesse raggiunto livelli eccessivi, ai primi di aprile del 1886 decide di ristabilire l’ordine, facendo pagare tutti.

Cesare Pozzo, presidente Società di mutuo soccorso fra macchinisti e fuochisti

Cesare Pozzo (1853-1898)

Risultato: la “rivoluzione della micca”. Definizione un po’ pomposa per tre giorni di cortei operai, contatti fisici piuttosto rudi ai caselli, popolane in prima linea, pani usati a mo’ di proiettili, e sciami di monelli proletari che giocano alla rivolta facendo il tiro a segno sui lampioni di piazza Duomo.

Sulla piazza vengono schierati carabinieri reali, guardie di PS, una compagnia dell’89° fanteria e due squadroni del 7° reggimento Lancieri di Milano, con i colbacchi piumati, le mostrine viola, il fregio con le lance incrociate sotto la corona. Non siamo ancora al “fosco fin del secolo morente” e alle cannonate del “feroce monarchico Bava”, ma l’Amministrazione non ci va comunque per la leggera. Sono cariche e arresti. Alla fine però è costretta a fare marcia indietro.

Coincidenza evocativa e curiosa, anche se senza alcun rapporto diretto, negli stessi tre giorni (1-3 aprile 1886) si svolge in via Vespucci l’assemblea della Macchinisti e Fuochisti che elegge presidente Cesare Pozzo.

Sulla via Vespucci abita anche Giulio Petit, delegato di I classe di P.S., addetto di polizia alla Stazione Centrale. Casa-lavoro, tutto a due passi. Questore e Prefetto ordinano vigilanza costante e lui esegue. Sulla mutua dei macchinisti e sullo stesso Pozzo, “assidue esplorazioni” le definisce il controllato.

L’Isola, quando non era alla moda: dai campi alle case abitate da lavoratori e ligera

Fabbriche Milano - Elvetica Breda

Lo stabilimento Elvetica (Breda) sul naviglio Martesana

Dall’altra parte di via Vespucci, oltre i binari, c’è l’Isola. Dove adesso sorge il bosco verticale, ci sono gli apicoltori. I nomi delle vie sono più o meno i medesimi, ma le case si vanno costruendo giusto in quegli anni, secondo le geometrie ordinate del piano Beruto. Per ospitare gli operai e anche la ligera (la mala milanese). Anni luce dalla gentrification di oggi (nemesi o forse risultato della fase squatter, antagonista e creativa degli anni ’90 e 2000), ristorantificio da movida e gli appartamenti di cui sopra a 6-7.000 euro al mq.

A ridosso di acqua e binari, si insediano le grandi fabbriche (Breda, Grondona, Pirelli, per dirne alcune). Il “capitale umano” impiegato alla linea ha bisogno di tetti, solitamente sovraffollati e insalubri. Si costruisce – in realtà un po’ ovunque in Italia – e la febbre del mattone contagia anche Milano. Giusto un paio di esempi collegati a Cesare Pozzo, il macchinista presidente, non la Mutua.

Le mani sulla città: speculazioni al Lazzeretto, il Castello rischia la demolizione

A Milano Pozzo abita in via Panfilo Castaldi 25, in un’area a ridosso della Stazione Centrale, edificata in una manciata di anni proprio in quel periodo. Frutto di un’operazione di speculazione – riqualificazione diremmo oggi – della Banca di Credito Italiano che rileva in asta pubblica l’ex Lazzaretto e tira su, tramite la Società Fondiaria Milanese, un intero quartiere per ceti medio-bassi. Peraltro senza rispettare la “servitù del Resegone”, secondo la quale gli edifici a nord dei bastioni dovevano essere alti solo due o tre piani per consentire la vista del panorama. Passeggiando oggi per quelle vie, salta subito all’occhio l’omogeneità di architettura umbertina, uniche diversità il viale Tunisia di epoca fascista – fino allo spostamento della Stazione Centrale nel 1931 ci correva il viadotto ferroviario – e qualche edificio sorto sugli spazi vuoti lasciati dai bombardamenti della II guerra mondiale.

Milano ex Lazzaretto, viadotto ferrovia

Corso Buenos Aires – già corso Loreto, il quartiere di Cesare Pozzo, in una cartolina dei primi del ‘900

A proposito di lottizzazioni, si può anche citare il rischio, sventato, di abbattimento del Castello Sforzesco per far posto a edilizia residenziale borghese. Sponsor dell’operazione il sindaco di Milano, conte Giulio Belinzaghi, per inciso uno dei principali azionisti della società, la stessa Fondiaria di cui sopra, che avrebbe dovuto acquisire l’area. Troppo sfacciato, dopo 16 anni di amministrazione, è costretto alla dimissioni. La storia, anche grazie agli sforzi dell’architetto Luca Beltrami, finisce nel modo noto: conservazione del Castello e ricostruzione, per opera della cooperativa Lavoranti e Muratori, della Torre del Filarete andata distrutta nel 1521.

Ma che c’entra tutto questo con Cesare Pozzo? In qualche modo c’entra, perché il Belinzaghi che, per soprammercato oltre al sindaco fa il banchiere – oppure per soprammercato oltre al banchiere fa il sindaco, chi lo sa – , è attivo anche nel ramo ferrovie e nel 1885 diventa presidente della nuova Società delle strade ferrate del Mediterraneo, una delle compagnie, private, a cui viene affidato l’esercizio della rete ferroviaria (le convenzioni ferroviarie contro le quali si schiera anche la Macchinisti e Fuochisti). In altri termini, trattasi del datore di lavoro di Cesare Pozzo.

L’assemblea della Mutua del 1884: un pranzo all’Hotel Cervo a Porta Nuova

Porta Nuova Milano

L’Hotel Cervo, in una cartolina dei primi del ‘900

Delle convenzioni ferroviarie si discute nell’assemblea della Mutua del marzo 1884 che, per tornare all’inizio, si svolge nei locali di via Vespucci: “L’Assemblea durò dalle 10.30 del mattino alla mezzanotte, con un breve riposo di poco più di due ore per il pranzo in comune all’Albergo Il Cervo. Questo si chiama lavorare sul serio! Altro che le sedute dei deputati! “ (Il Secolo, 19-20 marzo 1884).

Tale Hotel Cervo a Porta Nuova avrebbe potuto rappresentare la costante in questa storia di trasformazioni, la sua facciata con gli abbaini e le tendine verdi alle finestre, rimasta quasi immutata per più di un secolo. E invece no. Dopo una ristrutturazione, pare che un altro albergo, facciata nera e interni di eleganza discutibile, ne abbia preso il posto giusto nel 2021.

“Milano che sfugge”. Era il titolo di un libro di Carlo Romussi. Pubblicato nel 1889.

3 Commenti

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    Paolo Sartori

    complimenti ! molto bello questo pezzo di storia, della nostra storia ! Aspetto con curiosità il prosieguo

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      Redazione

      Buongiorno Paolo, la ringraziamo molto per i complimenti.
      Su Mutua Oggi sono già presenti articoli sulla storia della Mutua sanitaria Cesare Pozzo, ma in futuro pubblicheremo sicuramente altri approfondimenti.

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    DALESSANDRO ROCCO

    Vi ringrazio tanto per le notizie storiche, come se fossi tornato a vivere a Milano. Nel 1973 Gabriele Ferri mi dette l’incarico, a tempo parziale, di tenere la contabilita’ e redigere il bilancio. Imparai molto dai macchinisti, cose che da ragioniere non sapevo, come l’organizzazione delle assemblee e la redazione dei verbali. Essi erano organizzati, precisi. Partecipai a tutte le assemblee sia ordinarie che straordinarie dal 1973 al 1976 ed a tutti i consigli di amministrazione. Tutti i consiglieri mi accolsero dandomi fiducia e consigli anche di etica. Ebbi la fortuna di partecipare alla organizzazione del centenario della Cesare Pozzo.
    rocco dalessandro


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