Il sistema sanitario alla prova del Covid-19

Articolo di · 22 gennaio 2021 ·

Il coronavirus ha riportato la sanità al centro dell’agenda politica e immesso nel sistema flessibilità dei servizi, multidisciplinarietà e digitalizzazione. Le risorse del Recovery Fund e le priorità strategiche secondo il Rapporto OASI 2020

Un’analisi della capacità delle aziende sanitarie di reagire alle criticità generate dall’emergenza Covid-19. È il focus dell’edizione 2020 del Rapporto dell’Osservatorio OASI (Osservatorio sulle aziende e sul Sistema sanitario italiano) del CERGAS Bocconi, istituito con l’obiettivo di monitorare i cambiamenti in corso nel sistema sanitario italiano e nelle aziende che lo compongono.

Il rapporto inquadra la risposta del sistema sanitario all’emergenza nel contesto delle sue dinamiche storiche.

L’aspettativa di vita in Italia è di 83,4 anni (2018), uno dei dati più alti al mondo. Ancora in crescita (2010-2018: +3,5 anni) anche se si registra un rallentamento, come d’altronde nel resto del mondo (media: +3,2). L’aspettativa di vita a 65 anni senza limitazioni funzionali è di 9,9 anni (2018), con profonde differenze regionali: si va infatti dai 7,9 della Calabria agli 11,3 anni della Provincia di Trento.

La spesa sanitaria pro capite rimane invece bassa, se paragonata a quella degli altri Paesi sviluppati. Complessivamente l’Italia spende 3.485 $ (PPA, parità di potere d’acquisto) pro capite fra spesa pubblica (74%), out-of-pocket – a carico dei privati (24%), volontaria privata intermediata – mutue, assicurazioni, fondi – (3%). Gli Stati Uniti spendono ad esempio 10.637 $PPA (con composizione molto diversa), la Germania 6.224 $PPA, la Francia 5.154 $PPA e il Regno Unito 4.290 $PPA.sistema sanitario e Covid-19

In questo quadro, negli ultimi 20 anni (2001-2020) le aziende di erogazione pubbliche del SSN (ASL e ASST, aziende ospedaliere, AOU integrate con il SSN, IRCCS pubblici) hanno conosciuto un processo di riordino e  accorpamento con conseguente riduzione del numero, da 332 a 191, e crescita dimensionale.

Prosegue inoltre il trend di de-ospedalizzazione, con riduzione dei posti letto e delle degenze medie, mentre aumenta la percentuale dei ricoveri per riabilitazione.

Il rapporto registra “un lento miglioramento degli esiti per le procedure e le specializzazioni medico-chirurgiche trattate negli ospedali”, a fronte però di importanti eterogeneità regionali e necessità di allineare casistiche e attività, con tassi di ospedalizzazione e pesi medi dei ricoveri molto diverse fra regioni.

Vi è infatti “una sostanziale convergenza finanziaria delle regioni verso il pareggio tra spesa e finanziamento sanitario, garantendo un pressoché perfetto equilibrio di bilancio”, ma “rimane  problematico il divario Nord-Sud in termini di esiti su alta specialità, urgenze, efficienza dei processi, presa in carico soggetti fragili”.

L’emergenza sanitaria si è inserita in un contesto di popolazione anziana (23% di over 65, fra i più alti al mondo), carenza di personale sanitario (soprattutto infermieristico) con età media elevata, soprattutto dei medici (50% con più di 55 anni).

Per fronteggiare la pandemia la spesa per il Sistema sanitario nazionale è aumentata di 5 miliardi nel 2020 (+4,7%) e, tra marzo e ottobre, sono stati assunti 36.300 professionisti della sanità. Il Sistema, inoltre, è stato governato per alcuni mesi “con una cultura organizzativa mission driven, per cui sono stati attivati nuovi e veloci processi decisionali con le relative procedure agili di formalizzazione”, con anche l’attivazione di comitati di crisi a cui partecipavano le diverse professionalità necessarie.

L’emergenza nel 2020 ha prodotto una rapida trasformazione dei servizi, con riorganizzazione dei posti letto: in Lombardia il 42% dei posti letto acuti è stato destinato ai pazienti Covid-19 e a livello nazionale quasi il 20%. I medici hanno lavorato in team multidisciplinari dimostrando “senso di servizio, flessibilità, capacità di apprendimento e di adattamento”.

Parallelamente si è intensificato il processo di digitalizzazione del SSN (medicina a distanza, telesorveglianza, refertazione, prese in carico, co-production e autocura, telelavoro).

Il Covid-19 da un lato ha fatto tornare la sanità al centro dell’agenda politica, dall’altro “ha visto basare ogni ragionamento di programmazione sulla realtà epidemiologica”.  I ricercatori del CERGAS sottolineano come sia diventata “patrimonio collettivo” la consapevolezza che il SSN si debba meglio strutturare per i servizi di prevenzione, servizi di tracking e i servizi territoriali.

Considerato che l’Italia è il primo destinatario del Recovery Fund, i ricercatori indicano quelle che, secondo loro, dovrebbero essere le priorità strategiche per il sistema sanitario.

Innanzitutto propongono che il finanziamento del SSN sia sempre almeno il 7,5% del PIL. In secondo luogo, scrivono, è necessario investire in una capacità erogativa di servizi proporzionata ai bisogni, ma dotata di grande flessibilità.

L’approvvigionamento dovrebbe avvenire da più fornitori, meglio se europei o italiani (la filiera life science domestica vale il 10% dell’economia nazionale), ma i criteri di scelta non dovrebbero limitarsi esclusivamente al contenimento della spesa.

Sul territorio sono inoltre necessari investimenti infrastrutturali e in digitalizzazione. Gli ospedali piccoli andrebbero accorpati, mentre quelli medio-grandi rinnovati dal punto di vista infrastrutturale e tecnologico.

Riguardo i professionisti della sanità, il rapporto sottolinea la necessità di favorire sviluppo di competenze e valorizzazione e quella di ribilanciare il mix medici/professioni sanitarie a favore di queste ultime, oltre che di trasferire alcune funzioni gestionali a personale non medico.

In ultimo, i ricercatori suggeriscono di destinare alla digitalizzazione del sistema almeno il 30% delle risorse per investimenti e di “conservare e sviluppare ulteriormente la cultura mission driven emersa durante la pandemia”.

“Le inerzie – aggiungono – il parziale o ritardato raggiungimento degli obiettivi urgenti della comunità, la mancata implementazione dei modelli organizzativi più adeguati, devono essere riscoperti come i veri pericoli da evitare”.


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