Evoluzione del Welfare in Italia: la Regionalizzazione

Articolo di · 5 settembre 2017 ·

L’evoluzione del welfare in Italia ha le sue radici alla fine dell’800 quando sono nate le prime misure di assistenza ai più bisognosi. Nella prima metà del ‘900 queste assistenze hanno via via preso forma per poi esplodere in una forma assistenzialista nel secondo dopoguerra, sull’onda del boom economico. La crisi della sostenibilità di questo modello ha portato, dagli anni ’90 ad oggi, ad un progressivo ridimensionamento delle politiche di welfare e ad una sua progressiva regionalizzazione.
Non con il solo scopo di fare un riassunto dell’evoluzione del welfare in Italia, andiamo a focalizzarci, con il prezioso contributo del professor Massimo Campedelli, sulla sua progressiva regionalizzazione e sui cambiamenti, a livello organizzativo e normativo, che ha avuto negli ultimi anni il welfare sanitario in Italia.

WELFARE SOCIOSANITARI REGIONALI: RESILIENZA, DIVERGENZA, CONVERGENZA

Il sistema di welfare italiano, come è noto, è fortemente regionalizzato sul lato dell’offerta dei servizi sanitari e sociosanitari. Si tratta del risultato di un processo tutt’altro che lineare e denso di conflittualità istituzionale, iniziato negli anni ’70 con la istituzione delle Regioni.

Basti pensare, solo per citare eventi/atti tra i più rilevanti, che in questo lasso di tempo sono state approvate le tre riforme sanitarie (quattro, se si considera anche la cd Riforma Balduzzi, legge 158/2012): la riforma socioassistenziale con la legge 328 del 2000, la riforma del Titolo V della Costituzione con conseguenze rilevanti su questa ultima norma a pochissimi mesi dalla sua approvazione, il cd federalismo fiscale, e gli interventi di spending review fortemente centrati sulla messa sotto controllo della spesa pubblica regionale e degli enti locali approntati negli ultimi anni con le varie leggi di stabilità, ecc. Parallelamente vi è stata la normazione delle singole policies, dal contrasto alla povertà alle politiche per l’infanzia e l’adolescenza o a quelle di cura delle dipendenze o all’implementazione della normativa sanitaria per fare qualche esempio, anche qui spesso non senza un convulso gioco di attribuzioni/revisioni/riattribuzioni delle competenze tra i diversi livelli di governo.

Un risultato, quello della regionalizzazione, da più parti criticato per aver causato, ovvero di non essere riuscito ad eliminare, gli esiti di disuguaglianza nell’esigibilità/effettività dei diritti sociali e sanitari da garantire, le differenze di copertura/offerta reale, le differenze di efficienza/efficacia/economicità/qualità delle prestazioni erogate, ecc. e rispetto al quale la crisi ne ha accentuato le problematicità ma anche la resilienza.

A tutt’oggi, comunque, la sanità è materia concorrente Stato-Regioni e  in capo  solo  a  quest’ultime  dal  punto  di  vista  dei  modelli  di   organizzazione, programmazione ed erogazione, mentre l’assistenza in kind è  materia residuale regionale ed in capo agli enti locali dal punto di vista della sua gestione. Dal punto di vista del bilancio regionale si tratta, a seconda dei casi, di una quota complessiva che ruota attorno al 75-80% delle risorse gestite.

Per effetto esogeno (nazionale e comunitario) oppure endogeno (dove culture civiche e amministrative si sono mescolate alla volontà di marcare differenze politiche) –-­ nonché per la pressione delle transizioni  demografiche, sociali ed epidemiologiche – il  combinato disposto di questi fattori ha fatto si che in tema di welfare le regioni si possano rappresentare come   cantieri   con   lavori   in   corso   permanenti,   dal   punto   di   vista   delle strutture/modelli complessivi come spesso per le singole policies.

Il tutto, ovviamente, è diventato ancora più evidente con la crisi scoppiata a partire  dal  2008.  I  sistemi  regionali,  per  quanto  fosse  pro  tempore  di  loro competenza, hanno partecipato (a volte agito, ma soprattutto subito) alle dinamiche di marcato retrenchment  e debole ricalibratura  dei loro welfare, in una dinamica al contempo convergente e divergente.

Comuni possono essere considerate le tendenze di distanziamento territoriale, specializzazione funzionale e riduzione/concentrazione della platea della governance.  Molti sistemi regionali hanno visto  progressivamente  semplificarsi/ridursi l’architettura dei loro sistemi sanitari.

Solo  per fare qualche esempio:

  • le aziende sanitarie sono passate da 330 nel 2001 a 244 nel 2015; ciò  è avvenuto perché vi sono stati riaccorpamenti tra aziende sanitarie e aziende ospedaliere, ovvero tra aziende sanitarie per ottenere dimensioni rilevanti;
  • vi è stata poi, al loro interno, una riduzione delle strutture  organizzative complesse e semplici, e una riduzione dei dipartimenti di coordinamento;
  • vi  è  stato  anche  così  come  un  rafforzamento  del  governo   regionale attraverso strutture dedicate centralizzate;
  • non  necessariamente  questo  ha  comportato  che  si  riducesse  anche   il decentramento   territoriale,   ovvero   il   numero   dei   distretti   e    ambiti sociosanitari o sociali, ecc.;
  • mentre, proprio sulla base di queste perimetrazioni territoriali, vi è stato  il rilancio delle politiche di aggregazione degli ee.ll. (aziende compartecipate, unioni, fusioni) o  della delega alle aziende sanitarie, in  tema di  funzioni sociali,  confermando così  l’andamento pendolare che  ha  caratterizzato i processi di integrazione sociosanitaria istituzionale e gestionale.

Estratto da www.regione.toscana.it/-/una-policy-regionale-per-il-governo-della-spesa-sociosanitaria-privata-out-of-pocket-ed-intermediata

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