Le foto che raccontano il Covid-19

Articolo di · 13 ottobre 2020 ·

“Don’t leave me alone”: un progetto voluto da Medici Senza Frontiere e affidato al fotoreporter Alessio Romenzi per documentare l’intervento di MSF a sostegno della pandemia Covid-19

 

Alcuni luoghi sono diventati simbolo della pandemia Covid-19. Basta il solo pronunciarli, per riportarci indentro nel tempo, a quei mesi critici e così imprevedibili per tutti.

I letti delle terapie intensive – come quelli dell’ospedale di Lodi, tra le zone più colpite dal virus – le RSA, i carceri come quello di San Vittore a Milano e i siti informali nella periferia di Roma dove abitano le comunità più vulnerabili.

Medici Senza Frontiere  ha chiesto a Alessio Romenzi, già premiato al World Press Photo, di raccontare attraverso i suoi scatti fotografici, quei luoghi della pandemia in cui gli stessi operatori di MSF hanno portato soccorso e nei quali si è generata una stretta e fruttuosa sinergia tra il personale sanitario e i loro team, arrivati a marzo per aiutare a fronteggiare l’epidemia di Covid-19.

Operatrice di MSF supporta il personale dell’ospedale Maggiore di Lodi nelle giornate difficili in cui è scoppiata la pandemia. L’esperienza degli operatori umanitari, maturata nelle aree di crisi del mondo, ha sostenuto lo sforzo del personale sanitario. Alessio Romenzi

Da questo racconto sono nati  gli scatti della mostra fotografica “Don’t Leave Me Alone” in esposizione dal 3 al 18 ottobre a Ferrara, in occasione del Festival di Internazionale, e protagonisti fino al 25 ottobre al Festival della Fotografia Etica di Lodi.

“Lavoro quasi esclusivamente all’estero, ma in questo caso il dramma stava accadendo proprio qui, in Italia. Ho riportato così nel mio paese l’esperienza e la sensibilità maturata in tanti anni di lavoro su crisi oltre confine –  dichiara Alessio Romenzi Nella terapia intensiva dell’ospedale di Lodi ricordo alcune delle immagini più dure e toccanti che abbia mai visto e sono rimasto estremamente colpito dal livello di cura, umanità e attenzione rivolta ai pazienti da parte di tutto lo staff. Spero che le fotografie riescano a restituire tutto questo”.

Classe ’74, Romenzi si trasferisce a Gerusalemme dopo aver lavorato come fabbro, autista e frigorista ed è nella città araba che diventa fotografo professionista arrivando a documentare crisi in Libia, Egitto, Sud Sudan, Siria, Libano, Iraq, Giordania, Palestina, Israele, Colombia, Ucraina e Filippine. Il suo lavoro descrive le conseguenze delle crisi sulla popolazione, con un particolare interesse all’aspetto umano più che all’evento bellico in sé.

Operatrice sanitaria intenta a seguire le procedure di vestizione per proteggersi dal virus. Alessio Romenzi

“Le foto in mostra cercano di descrivere quello che è stato e che è tuttora la pandemia sul nostro territorio – continua Romenzi – Il lavoro è stato molto complicato dal mio punto di vista perchè, anche se mi sono trovato molte volte a fotografare situazioni di crisi e dolore, era la prima volta che mi ritrovavo a farlo a casa mia. Abbiamo cercato di documentare la tenacia di chi ha operato contro il Covid- 19 e abbiamo cercato di trasmettere quel senso di solitudine che i pazienti provavano sulla loro pelle, di qui il titolo della mostra “Don’t Leave Me Alone”, (Non mi lasciare solo). Prerogativa di questa situazione è stato infatti l’isolamento dei malati, necessario per evitare il contagio.Questa distanza ha generato un aspetto caratterizzante, qualcosa di nuovo da associare al dolore”.

 

L’incontro tra MSF e l’Azienda Socio-Sanitaria Territoriale (ASST) di Lodi è avvenuto nel picco della pandemia e ha generato una forte e proficua sinergia che ha visto l’unione di specifiche competenze e professionalità: MSF ha portato il suo bagaglio nella gestione di grandi epidemie, mentre l’ASST di Lodi l’esperienza nel trattare dal punto di vista clinico una malattia che nessuno ancora conosceva.

Ho lavorato sull’Ebola e in molte altre emergenze con MSF ma nessuno poteva immaginare che il nostro paese venisse colpito da un’epidemia così tragica e impressionante, la provincia di Lodi in particolare è stata toccata in modo drammatico -racconta la dott.ssa Chiara Lepora, coordinatrice dell’intervento di MSF nel lodigiano – Qui abbiamo trovato professionalità e motivazione straordinarie e stiamo portando nei nostri progetti nel mondo i protocolli terapeutici e diagnostici appresi al pronto soccorso di Lodi”.

Reparto di neonatologia dell’ospedale Maggiore di Lodi. Nonostante le difficoltà, la vita continua. Alessio Romenzi

Medici Senza Frontiere ha lavorato al fianco del Sistema Sanitario Italiano negli ospedali e sul territorio del lodigiano, in diverse carceri in Lombardia, Piemonte e Liguria, nelle strutture per anziani nelle Marche e negli insediamenti informali a Roma, secondo un approccio di salute pubblica che oltre alla cura del paziente in ospedale affronta l’epidemia sul territorio e nelle comunità più vulnerabili.

Oltre sessanta gli operatori coinvolti, tra medici, infermieri, esperti di igiene, promotori della salute e psicologi, alcuni dei quali hanno poi trasferito le competenze acquisite in Italia nella lotta al Covid-19 anche negli altri paesi dove MSF sta intervenendo sul coronavirus.

Nell’ospedale di Lodi, ad esempio, sono state organizzate trentaquattro sessioni di formazione di un’ora ciascuna e diversi incontri di gruppo a cui hanno partecipato circa 500 persone in totale. Due sessioni di formazione sono state condotte nell’ospedale di Codogno ed altre due nell’ospedale di Sant’Angelo Lodigiano. Il team ha inoltre contribuito allo sviluppo della telesorveglianza dei pazienti sintomatici Covid a domicilio attraverso sensori multiparametrici e software di telemonitoraggio (Progetto TELE-COVID).

La mostra “Don’t Leave Me Alone” si inserisce nell’ambito della nuova campagna di sensibilizzazione #UnitiSenzaFrontiere, per ricordare che, al cambiare delle emergenze, resta identico l’impegno di MSF nel salvare vite ovunque ce ne sia bisogno.


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