Covid-19: i diritti negati dei bambini

Articolo di · 24 febbraio 2021 ·

La pandemia sta provocando un aumento della povertà, intesa sia in termini economici e sia emotivi e culturali. Allarmanti i casi di violenze subiti dai bambini, il ricorso al lavoro minorile e i matrimoni prematuri per le bambine.

 

117 milioni di bambini in più nel mondo potrebbero cadere in povertà, 9,7 milioni di minori rischiano di non tornare mai più a scuola e 80 milioni di essi di non poter ricevere vaccini essenziali.

E’ la drammatica situazione generata dal Covid-19 e portata in evidenza da Save the Children. Rischi gravi sul mondo infantile che non risparmiano neanche l’Italia. Nel nostro Paese, infatti, si stima che circa un milione di minori vive in stato di indigenza e rischia l’isolamento e, rispetto al 2019, i dati riportati da Save the Children attestano che potrebbe cadere in povertà assoluta circa il doppio dei bambini, ossia 1 milione di minori in più rispetto all’anno precedente.

Protect a Generation”, il titolo del rapporto presentato da Save the Children,  contiene i risultati di una vasta indagine globale condotta in 37 paesi del mondo e raccoglie le voci e le esperienze dirette di oltre 25 mila bambini e adulti coinvolti nei programmi di intervento dell’organizzazione umanitaria.

L’esasperazione delle già esistenti diseguaglianze risulta uno degli effetti più gravi della pandemia portati in evidenza dal rapporto. Diversità che si manifestano sotto differenti aspetti: dall’istruzione all’accesso ai vaccini e alle cure mediche, dalla salute alimentare alla malnutrizione per finire con le violenze soprattutto di genere.

Il Covid-19 ha generato povertà di diverso genere, sia di carattere economico e sia intellettuale come la condizione di deprivazione educativa e culturale senza precedenti che i bambini e i ragazzi stanno purtroppo subendo a causa della sospensione dei servizi educativi e per l’infanzia, della chiusura delle scuole (che è stata totale nella prima fase e procede a macchia di leopardo nella seconda) e di molte attività ricreative, come cinema, teatri, biblioteche, e sportive. Tutto questo sta privando i bambini, oltre che dell’istruzione, anche dell’opportunità di imparare e sviluppare competenze di cui avranno bisogno da adulti: per i bambini più piccoli, è ormai noto che un periodo decisivo per lo sviluppo è legato alla prima infanzia e che l’accesso a servizi educativi di qualità nei primi anni di vita (0-5 anni) ha un impatto rilevante sulle opportunità future.

Sempre parlando di istruzione, la chiusura delle scuole, alla quale si è fatto riscorso per far fronte alla pandemia, ha riguardato quasi il 90% di tutti gli studenti nel mondo e quasi 10 milioni di bambini, allo stato attuale, rischiano di non farvi più ritorno. Più di 8 bambini su 10 hanno dichiarato di non aver più imparato nulla o quasi nulla, 2 su 3 non hanno avuto più alcun contatto con gli insegnanti e, tra i bambini delle famiglie più povere, meno di 1 su 100 ha accesso a internet per la didattica a distanza, contro il 19% dei bambini non in povertà. Inoltre, più di 1 bambino su 4 non ha avuto accesso ad alcun tipo di materiale per studiare a distanza e, tra i genitori più poveri, il 37% ha detto di avere difficoltà nel poter pagare i materiali scolastici dei figli, contro il 26% dei genitori più benestanti.

L’aspetto che riguarda le cure mediche, porta invece in evidenza differenze già in essere prima della pandemia. Infatti, già prima del Covid-19, 5,3 milioni di bambini morivano in un solo anno prima di aver compiuto i 5 anni di età, la metà per cause facilmente curabili e prevenibili, come malaria, diarrea o polmoniti. Questi numeri purtroppo, rischiano di aggravarsi drasticamente e, secondo le ultime stime contenute nel rapporto, 80 milioni di bambini nel mondo mondo rischiano di non avere accesso ai normali vaccini.

L’epidemia ha inoltre avuto due grosse ripercussioni sulla salute alimentare e sulla malnutrizione a causa dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari e della perdita di risorse economiche di molte persone. La crescita della povertà infantile si lega alle difficoltà economiche dei genitori che sempre più spesso non riescono ad accedere al mercato del lavoro, oppure perdono la loro occupazione o, ancora, lavorano ma non guadagnano a sufficienza. Per l’esattezza, due famiglie su tre (circa il 62%) non riescono a sfamare i propri figli avendo difficoltà a reperire cibo nutriente, come carne, latte, cereali, frutta e verdura mentre per il 52% delle famiglie, la causa è il prezzo troppo alto. Situazione che riguarda in particolar modo i bambini e le famiglie che vivono nelle aree urbane (3 persone su 4 che risiedono in aree urbane hanno detto di avere difficoltà di questo tipo), aree nelle quali peraltro vive 1 bambino su 3 tra coloro che sono colpiti da malnutrizione cronica.

Inoltre, come evidenziato dall’INAPP, con la fine del lockdown di marzo-maggio – quando nelle coppie con figli è stato possibile scaglionare i rientri al lavoro – sono state perlopiù le donne a rimanere a casa. Questa scelta trae origine da fattori organizzativi (le donne affermano di poter beneficiare di una maggiore flessibilità oraria), economici (percepiscono stipendi più bassi e dichiarano quindi se sono loro a rimanere a casa la perdita economica è minore) ma anche culturali (le donne ritengono di avere una maggiore capacità nella gestione e cura familiare). Si tratta di uno stop che può essere temporaneo oppure prossimo alla decisione di dimettersi definitivamente per esigenze familiari.

Ritornando alla sfera infantile, la povertà generata dal Covid-19 per i bambini non è solo alimentare ma emotiva. La violenza contro i bambini purtroppo, rientra tra i dati più preoccupanti della pandemia. A provocarla è la chiusura delle scuole che ha infatti aperto scenari preoccupanti sulla loro sicurezza aumentando il rischio per i bambini di essere coinvolti nel lavoro minorile per aiutare economicamente le loro famiglie e per le bambine e le ragazze di sposarsi prematuramente andando incontro a gravidanze precoci e pericolose per la loro stessa vita. Tra i due sessi, ad essere maggiormente penalizzate risultano le bambine: quasi 2 ragazze su 3 (63%), tra quelle intervistate, hanno dichiarato che, con l’inizio della pandemia, hanno dovuto aumentare il loro impegno nelle faccende di casa, contro il 43% dei maschi, e il 20% delle ragazze – rispetto al 10% dei ragazzi – ha dichiarato di avere troppe faccende di cui occuparsi in casa per potersi dedicare allo studio e all’apprendimento.


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