Artrosi dell’anca: come combatterla

Articolo di · 23 luglio 2020 ·

Dagli interventi conservativi alle protesi mininvasive fino alle terapie con impiego di cellule staminali: tutte le novità per contrastare la coxartrosi.

 

La coxartrosi, o artrosi dell’anca, è una patologia degenerativa che colpisce l’articolazione dell’anca e, tra le forme artrosiche, si conferma una delle più importanti sia per la frequenza con cui si manifesta nella popolazione, sia per la grave invalidità che può comportare.

La coxartrosi colpisce l’8,7% degli uomini e il 9,3% delle donne di età superiore ai 45 anni negli Stati Uniti. Molto frequente dopo i 65 anni, l’artrosi dell’anca limita fortemente la qualità di vita di chi ne soffre e in alcuni casi può manifestarsi anche in giovane età. In questo caso, si parla però di coxartrosi secondaria a patologie predisponenti, come le fratture articolari, la displasia congenita dell’anca, il morbo di Perthes, l’epifisiolisi, le infezioni articolari, la radioterapia, l’osteonecrosi e il conflitto femoro-acetabolare. Nelle forme primarie invece i fattori di rischio più importanti sono l’obesità, la sedentarietà, il fumo di sigaretta oltre a una predisposizione familiare.

Patologia degenerativa della cartilagine articolare che riveste la testa del femore e l’acetabolo, cioè le due ossa che insieme formano l‘articolazione dell’anca, la coxartrosi genera un consumo eccessivo di un cuscinetto ammortizzatore presente in tutte le articolazioni del corpo: tale usura è considerata fisiologica nel corso degli anni ma, nell’artrosi, si verifica un consumo eccessivo in relazione all’età del paziente.

Come per tutte le altre forme di artrosi, i sintomi tipici della coxartrosi sono il dolore e la limitazione dei movimenti ed entrambi tendono a peggiorare con il passare del tempo. La sintomatologia clinica è caratterizzata da un tipico dolore inguinale che può irradiarsi fino alla faccia interna della coscia ed arrivare al ginocchio, tanto da essere spesso scambiata per un problema di gonartrosi o artrosi del ginocchio. I dolori sono generalmente presenti sotto sforzo, anche se alcuni pazienti lamentano fastidi a riposo e notturni. Una caratteristica importante del dolore è la sua evoluzione progressiva: se inizialmente viene accusato camminando o dopo sforzi prolungati, per poi attenuarsi con il riposo, nelle fasi più avanzate il dolore tende a persistere nel tempo.

La diagnosi è eseguita con una semplice radiografia del bacino in carico: con il peso del corpo si capisce la reale usura della cartilagine. “Nella radiografia vedremo un assottigliamento della cartilagine ed un avvicinamento dei capi ossei

Alessio Biazzo – Ortopedico

in esame, oltre che gli osteofiti, esuberanze di tessuto osseo che si formano in risposta all’artrosi avanzata” dichiara Alessio Biazzo, ortopedico.

I trattamenti per l’artrosi dell’anca dipendono da diversi fattori da considerarsi nel loro insieme prima di decidere come procedere. Occorre infatti valutare la condizione generale del paziente, ossia la limitazione funzionale, la soglia del dolore e la percezione dello stesso, il grado di artrosi e le aspettative post-intervento, oltre che il tipo di attività lavorativa svolta e eventuali sport praticati.

“Come per la gonartrosi anche per la coxartrosi il primo approccio è sempre conservativo (tranne che in casi di grave artrosi con zoppia e limitazione funzionale) – afferma Biazzo – E’ necessario innanzitutto eliminare i fattori causali, come l’eccessivo peso corporeo e la sedentarietà e stimolare il paziente a cambiare abitudini di vita e a supportarlo con trattamenti che alleviano il dolore, considerando che l’artrosi si può curare ma non si può guarire: non esistono farmaci in grado di arrestarne l’evoluzione.”

La magnetoterapia, i condroprotettori per sostenere la cartilagine articolare, la fisioterapia e gli antinfiammatori rappresentano un primo supporto terapeutico per chi è affetto da gonartosi. Le infiltrazioni articolari, a base di cortisone o acido jaluronico, sotto controllo ecografico, rappresentano il passo successivo e hanno l’obiettivo di togliere l’infiammazione e lubrificare l’articolazione (l’acido jaluronico sostituisce il liquido sinoviale insufficiente nella patologia artrosica).

“Quando il paziente non percepisce benefici clinici da tali procedure è necessaria una rivalutazione che prenda in considerazione un intervento chirurgico di protesi mininvasiva dell’anca: una metodo chirurgico sicuro ed efficace che consente di guarire definitivamente dall’artrosi – dice il dottore – L’intervento consiste nel sostituire la testa del femore e l’acetabolo (che la accoglie) con delle componenti protesiche che, nello specifico, sono lo stelo femorale e la coppa acetabolare. Queste, insieme alla testina femorale ed all’inserto acetabolare in plastica, formano la nuova articolazione dell’anca che consente al paziente di tornare alla vita normale”.

La tecnica mininvasiva si applica anche alla protesi dell’anca, così come a quella del ginocchio, e consiste nel rispettare i tessuti nobili e conservarli il più possibile, sostituendo solo ciò che del corpo è realmente usurato. Per farlo, si utilizzano vie di accesso mininvasive con risparmio dei tendini e di parte del tessuto osseo del collo femorale.

Questa tecnica minivasiva assicura anche un recupero veloce (Fast-Track) che, come sostiene Biazzo “permette di deambulare dopo sei ore dall’operazione e di essere dimesso in tre giorni, con rientro alla vita normale in tre-quattro settimane. Mininvasiva significa anche non usare più i drenaggi chirurgici, molto fastidiosi per il paziente, e utilizzare le suture avanzate, cioè speciali fili a lisca di pesce che evitano i nodi e le graffette metalliche sulla pelle sostituite da una rete biologica oltre a una speciale colla che isola la ferita dall’ambiente esterno e riduce i rischi infettivi. Grazie ad un software a nostra disposizione, Osirix, è inoltre possibile pianificare pre-operatoriamente il tipo e la taglia esatta della protesi per quel determinato paziente, sulla base di una semplice radiografia con un repere metallico noto. Questo consente di ripristinare al meglio la geometria dell’anca del paziente (ogni anca ha la sua forma e anatomia da prendere in considerazione) e di rispettare la lunghezza degli arti inferiori”.

A disposizione dei pazienti con coxartrosi, difetti cartilaginei e lesioni dei tessuti molli esistono anche terapie con impiego di cellule staminali che sono “cellule di origine mesodermica e rappresentano i precursori del tessuto osseo, cartilagineo, muscolare e adiposo e possono essere prelevate dal midollo osseo e dal grasso” – aggiunge Biazzo.

Il trattamento infiltrativo con cellule staminali esercita il suo effetto terapeutico attraverso tre diversi meccanismi: un effetto antinfiammatorio naturale, un immediato effetto lubrificante meccanico ed un effetto biologico secondario grazie alla secrezione di fattori angiogenici, antiapoptotici e immunomodulatori (effetto paracrino). “Recenti studi in vitro hanno dimostrato che le cellule staminali possono iniziare il processo di riparazione influenzando le cellule locali attraverso un meccanismo di comunicazione paracrina, sebbene il vero meccanismo terapeutico in vivo non sia stato ancora dimostrato. L’elemento più importante che emerge da questa analisi è che al momento vi è molta eterogeneità nel tipo di cellule staminali utilizzate (tessuto adiposo contro tessuto midollare), nel sito di raccolta e nel numero di iniezioni eseguite. Nonostante ciò, i risultati clinici sono complessivamente soddisfacenti nel breve follow-up e tutti gli studi esaminati hanno mostrato una notevole efficacia clinica nel controllo del dolore e nel miglioramento della funzionalità dei pazienti”. – conclude Biazzo.

Per ulteriori informazioni  sull’artrosi dell’anca visita il seguente link: https://www.artrosiginocchioanca.it/blog-protesi-ginocchio-anca/.

 


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