Abolito il superticket. Sul ticket molte differenze regionali

Articolo di · 18 settembre 2020 ·

Un sistema poco equo di accesso alle cure: la ricerca della Fondazione Gimbe sulla spesa per i ticket sanitari

Per garantire una maggiore equità nell’accesso alle cure, dal 1° settembre è stato abolito il superticket sanitario su esami e visite specialistiche del Sistema sanitario nazionale. A compensazione delle minori entrate, la legge di bilancio 2020 ha previsto un incremento del Fondo sanitario nazionale di 185 milioni di euro per il 2020 e di 554 milioni dal 2021.

Il superticket, introdotto nel 2011, prevedeva una quota aggiuntiva massima di 10 euro a ricetta ed era stato applicato dalle Regioni con modalità differenti e profonde disparità (nessuna applicazione, applicazione ridotta o integrale, in base alla ricetta, al reddito o all’età). La sua introduzione aveva anche portato a una riduzione delle prestazioni erogate dal Sistema sanitario nazionale, in parte perché fornite dal settore privato divenuto più concorrenziale, in parte a seguito di rinuncia alle cure da parte dei cittadini.superticket

Dall’1 settembre, dunque, il superticket non si paga più. Rimane invece il ticket, una compartecipazione alla spesa sanitaria da parte dei cittadini. L’autonomia sanitaria di cui godono le Regioni ha fatto sì che tale compartecipazione si sia trasformata in quella che la Fondazione Gimbe ha definito una “giungla”. Negli anni, in parallelo alla riduzione delle risorse attribuite al Fondo sanitario nazionale, le Regioni hanno trasformato il ticket in una importante fonte di entrate: 2.935,8 milioni di euro (corrispondenti a 48,6 euro pro-capite) nel 2019, di cui 1.581,8 milioni per farmaci e 1.354 milioni per prestazioni specialistiche.

La Fondazione Gimbe ha recentemente pubblicato un rapporto che analizza la composizione e le differenze regionali della spesa per i ticket sanitari.

Dal 2014 al 2019 l’ammontare della spesa per ticket si è mantenuta costante, oscillando tra i 2,8 e i 2,9 miliardi di euro. Secondo il rapporto, se nel 2014 la spesa di ticket per farmaci e quella per prestazioni specialistiche erano sovrapponibili. Negli anni successivi si è, invece, assistito a un aumento della spesa per farmaci (principalmente imputabile all’acquisto di farmaci di marca e non equivalenti) e alla contemporanea riduzione della spesa per le prestazioni. Questa seconda tendenza indica uno spostamento dei cittadini verso il settore sanitario privato favorito dall’introduzione del superticket.

Per quel che riguarda la composizione regionale, nel 2019, si va da una spesa totale pro-capite in Sardegna di 33,5 euro a una spesa di 90,8 euro in Valle d’Aosta. Scomponendo tale spesa pro-capite, gli estremi per i farmaci sono il Piemonte con 13,3 euro pro-capite e la Campania con 36,4 euro, e per le prestazioni specialistiche la Sicilia con 8,5 euro e la Valle d’Aosta con 65,3 euro pro-capite.ticket su farmaci e prestazioni specialistiche

Il rapporto segnala anche la scarsa diffusione in Italia dei farmaci equivalenti rispetto a quelli di marca. Nel 2019, infatti, dei 1.581, 8 milioni di spesa in ticket per i farmaci, solo il 29% era imputabile alla quota fissa per ricetta, mentre il resto si riferiva alla quota differenziale sul prezzo di riferimento. L’Italia si posiziona negli ultimi posti delle classifiche europee sulla diffusione degli equivalenti.

Altro dato interessante è infine quello sulla quota fissa ricetta: si va da alcune alcune Regioni che non la applicano fino alla Campania con 13,1 euro pro-capite.

Oltre l’assenza di politiche incisive per promuovere l’utilizzo di farmaci equivalenti e ridurre così la spesa farmaceutica a carico dei cittadini, quello che forse emerge maggiormente dal rapporto è, a causa della profonda eterogeneità regionale, un sistema poco equo di accesso alle cure per i residenti nelle diverse parti del Paese. Secondo la Fondazione Gimbe “è inderogabile uniformare a livello nazionale regole per le esenzioni e criteri per la compartecipazione alla spesa sanitaria, di fatto una delle più grandi incompiute politiche degli ultimi anni”.

Più in generale, è forse il caso di provare a ripensare il processo di regionalizzazione della sanità, iniziato con la riforma del 1992 e approfonditosi con la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001. Anche le criticità emerse nella gestione dell’emergenza sanitaria per il coronavirus potrebbero indurre a ragionare su un sistema sanitario diventato molto disomogeneo.


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